Frammenti di un racconto senza titolo

Erano i primi di gennaio quando ti rividi. Eri quasi diventato un ricordo. Non per mia volontà, ma per ripiego.
Mi avevi chiuso la porta in faccia senza spiegazioni. E non te ne avevo chieste. Non più di tanto, almeno.
Stranamente mi ero scoperta capace di accettare una realtà che, per quanto dura, mi sembrava l’unica possibile. E non perché me ne fossi convinta, ma perché qualcosa, interiormente, mi suggeriva che doveva andare esattamente così.
Eppure avevo continuato a cullarti dentro di me come una compagnia dolorosa e necessaria.
Era la prima volta che subivo una sconfitta. Forse, mi dicevo, era il prezzo che dovevo pagare per tutte le sconfitte inflitte e il dolore seminato negli anni.
Ricomparisti con una semplice telefonata. Volevi vedermi, anche solo per cinque minuti.
Cinque minuti… e perché avrei dovuto accontentarmi di soli cinque minuti dopo un silenzio di cinque anni? Un minuto all’anno… Cristo! Avrei potuto riempirti di parolacce, affogarti nel tuo stesso orgoglio e sbatterti un NO grande quanto una casa, fra l’orecchio e il collo, con la certezza di fulminarti. Ma se quella telefonata e quella proposta indecente di cinque soli minuti del cazzo fossero stati solo i ganci di una provocazione bella e buona per tacitare la tua coscienza e sortire esattamente l’effetto di una scarica di parolacce e del mio no? Avrei potuto davvero rischiare di dartela vinta una seconda volta? Eh no, caro… proprio no.
Quante sono le frazioni di secondo? Quante sono? E’ possibile contarle o disgiungerle, frantumarle? E’ possibile decifrarle, mettercisi in mezzo col pensiero e farlo colare dentro fra l’una e l’altra?
Non lo so. So che, anche volendo, non ce l’avrei fatta a farmi tutti questi calcoli così velocemente, nel tempo intercorso fra la sua domanda e la mia risposta. Sentii la mia voce, appesa ad un filo, sillabare: “Sì, certo. Quando? Dove?”
“Quando vuoi. Da te, se non hai problemi.”
Già… che problemi vuoi che abbia una single per ripiego? E perchè aspettare, se sì può anche subito?
“Nessun problema. Io sono a casa dalle diciassette e trenta in poi. Scegli tu il giorno.”   “Per me va bene anche oggi.”
Oggi? Cazzo…no. Che fretta c’è? Che è tutta questa disponibilità nei confronti di questo miserabile che avrei anche potuto voler vedere con un cappio al collo? Ok, d’accordo. Non ho mai desiderato vederlo penzolante da una forca, ma mettersi così a stuoino, forse non era il caso. E giù a infilare fra una striscia e l’altra di questo fottuto secondo e delle sue stramaleddette frazioni, un pensiero dopo d’altro, uno bianco e l’altro nero, uno a stelle e l’altro a pallini. Diochestressss. Eppure la mia voce era l’espressione fonica della serenità.
“Bene. Oggi allora, se per te va bene.”
“Sì, te l’ho detto. Nessun problema.”
“Tanto, davvero anche solo cinque minuti.”
Ancora con questi cinque minuti. Ma questo è scemo o gli piace il rischio. Ok, così alle cinquettrentacinque saremo liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento. Se non la smette lo strozzo subito, qui al cellulare.
“Va bene, ti aspetto.”
“Ti chiamo o citofono?”
“Come vuoi. Citofona pure.”

Sulla strada di Gretel – ne parla Felice Tursi

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A piedi nudi entro nel percorso sacro
ove per fortunosa sincronicità la poesia
mi ha chiamato forse per farmi luce.
(Felice Tursi)

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CANTO A DUE VOCI

Canto a due voci

Tante amicizie durano una vita e tante altre si sfaldano dopo pochi anni, alle prime difficoltà, alle prime divergenze. E’ questa, credo, la differenza che intercorre fra un rapporto d’amore e un’attività sociale più o meno attenta. Sì, un rapporto d’amore, perché un’amicizia duratura, cementata anziché frantumata dalle difficoltà della vita, è pari ad un matrimonio riuscito, un matrimonio d’altri tempi come ce ne sono sempre meno.
Delia e Maria sono amiche da quarant’anni. Scrivono insieme per un’esigenza interiore, per dare forma concreta a un sentimento che non è misurabile se non col cuore, negli atteggiamenti di sacrosanto amore che, talora, non ha bisogno di parole ma solo di presenza. Una presenza fisica, certo, ma soprattutto psicologica, che sia capace di un sorriso al momento giusto, di una battuta che sdrammatizzi una giornataccia, di una carezza o di un abbraccio anche ideali, di un’apparizione a sorpresa.
Leggere CANTO A DUE VOCI è come andare al luna park, fra semoventi cavalli di una giostra colorata e  brusche virate del lotto volante, passando dal rassicurante trenino agli scossoni dell’autoscontro.
Si incontra un flusso continuo di pensieri, intercalato da parole sussurrate, decise, afone, gridate. C’è la vita di due amiche, raccontata senza filtri, affrontando le emozioni talora inespresse del passato e i sentimenti immutati del presente. In un clima di pura sorellanza, sullo sfondo, compaiono sempre le amiche, le altre, quelle che non scrivono ora, ma che hanno vissuto, con Delia e Maria, gioie e dolori, esibendo senza mistificazioni sorrisi e lacrime. E poi… c’è la “bestia”, il cemento di questa amicizia, il tornado che avrebbe potuto spazzare via tutto e che, invece, da ventitré anni assiste impotente al trionfo dell’Amore, alla celebrazione dell’Amicizia, alla sconfitta della “malattia”.
Il miracolo della vita si rinnova ogni giorno. Delia  non abbassa lo sguardo né la voce. Riesce ad uscire dal suo corpo immobile e a volare, libera,  oltre i limiti di quel puro involucro. E ride, gioca, sfotte, urla, esige, ottiene, ama, VIVE. L’amore, la forza, la determinazione di cui è capace suscitano amore, forza, determinazione in chi la circonda. Da ventitré anni.
Le due amiche si tengono idealmente per mano per tutte le pagine. Il loro è davvero un canto a due voci che incrocia la dolcezza dei ricordi, la paura dell’ignoto, la gioia per i figli, il tormento per le difficoltà, la coerenza per il quotidiano, la tenerezza per quanto in comune hanno vissuto e saputo ricordare, accordando, ognuna, la propria voce a quella dell’altra.