CANTO A DUE VOCI

Canto a due voci

Tante amicizie durano una vita e tante altre si sfaldano dopo pochi anni, alle prime difficoltà, alle prime divergenze. E’ questa, credo, la differenza che intercorre fra un rapporto d’amore e un’attività sociale più o meno attenta. Sì, un rapporto d’amore, perché un’amicizia duratura, cementata anziché frantumata dalle difficoltà della vita, è pari ad un matrimonio riuscito, un matrimonio d’altri tempi come ce ne sono sempre meno.
Delia e Maria sono amiche da quarant’anni. Scrivono insieme per un’esigenza interiore, per dare forma concreta a un sentimento che non è misurabile se non col cuore, negli atteggiamenti di sacrosanto amore che, talora, non ha bisogno di parole ma solo di presenza. Una presenza fisica, certo, ma soprattutto psicologica, che sia capace di un sorriso al momento giusto, di una battuta che sdrammatizzi una giornataccia, di una carezza o di un abbraccio anche ideali, di un’apparizione a sorpresa.
Leggere CANTO A DUE VOCI è come andare al luna park, fra semoventi cavalli di una giostra colorata e  brusche virate del lotto volante, passando dal rassicurante trenino agli scossoni dell’autoscontro.
Si incontra un flusso continuo di pensieri, intercalato da parole sussurrate, decise, afone, gridate. C’è la vita di due amiche, raccontata senza filtri, affrontando le emozioni talora inespresse del passato e i sentimenti immutati del presente. In un clima di pura sorellanza, sullo sfondo, compaiono sempre le amiche, le altre, quelle che non scrivono ora, ma che hanno vissuto, con Delia e Maria, gioie e dolori, esibendo senza mistificazioni sorrisi e lacrime. E poi… c’è la “bestia”, il cemento di questa amicizia, il tornado che avrebbe potuto spazzare via tutto e che, invece, da ventitré anni assiste impotente al trionfo dell’Amore, alla celebrazione dell’Amicizia, alla sconfitta della “malattia”.
Il miracolo della vita si rinnova ogni giorno. Delia  non abbassa lo sguardo né la voce. Riesce ad uscire dal suo corpo immobile e a volare, libera,  oltre i limiti di quel puro involucro. E ride, gioca, sfotte, urla, esige, ottiene, ama, VIVE. L’amore, la forza, la determinazione di cui è capace suscitano amore, forza, determinazione in chi la circonda. Da ventitré anni.
Le due amiche si tengono idealmente per mano per tutte le pagine. Il loro è davvero un canto a due voci che incrocia la dolcezza dei ricordi, la paura dell’ignoto, la gioia per i figli, il tormento per le difficoltà, la coerenza per il quotidiano, la tenerezza per quanto in comune hanno vissuto e saputo ricordare, accordando, ognuna, la propria voce a quella dell’altra.

la rabbia

Ero convinta di essere riuscita a sconfiggere la rabbia e, invece, è sempre lì in agguato, non mi molla. Passa il suo tempo acquattata, nascosta, in silenzio, ma finge. Finge di essere sparita. Finge di essere mia amica. Finge, subdolamente. E poi ricompare quando meno me lo aspetto. Mi azzanna, mi sfibra, mi toglie le forze. Si sostituisce a me e fa danni, forse irreparabili…

Il mio museo è salvo :)

fiori-rossi-sfumati
… non lo cancellerò… anzi, ho deciso di rianimare il moribondo e di infondergli nuova vita. Ancora non so come la cosa evolverà. Sta di fatto, però, che l’altra sera, dopo aver dato fiato al mio requiem, mi è venuta voglia di cambiare il look al blog. Ho cambiato il template e il tutto ha finito col piacermi di nuovo. A volte basta decidere di chiudere con una parte della propria vita per veder rinascere l’entusiasmo proprio per quella parte di vita che stai tumulando. Ho capito che non sono brava come becchino🙂

Ricomincio da me…


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Questo blog ha l’aspetto di un museo… abbandonato. Avrei voglia di cancellare tutto e di ricominciare da me, solo da me.
Forse davvero ho bisogno di un luogo tutto mio in cui dire o tacere, senza vergogna e senza ripensamenti, senza riletture e correzioni, ciò che mi passa per la mente. Ma il termine “bisogno” non mi piace. Ho deciso di abolirlo dal mio vocabolario. Ho voglia, desiderio, gioia di esprimere ciò che mi passa per la mente, quando e come mi va.
E allora perché proprio un blog e non un diario, dei fogli di carta, degli appunti sparsi? Perché?
Non lo so e non intendo indagare. Oggi gira così. Domani forse sarà diverso e magari deciderò di cancellare museo e anche queste poche righe.
Non ho più voglia di scrivere nulla da esibire, di cui essere fiera e da cui aspettarmi lodi o critiche “costruttive”. Tanto di costruttivo non c’è mai nulla, soprattutto fra chi scrive. Capita anche a me di leggere un libro e di chiedermi a che pro l’autore abbia deciso di impegnarsi in qualcosa di cui il genere umano può fare tranquillamente a meno. Possibilissimo che la stessa domanda se la sia posta più di qualcuno leggendo i miei di libri. Ecco… e allora basta libri, scritti o da scrivere. Basta con le case editrici che pubblicano di tutto e non sanno distinguere una rosa da un carciofo. Basta con le presentazioni alle quali arrivano anche cinquanta persone che fanno sì sì con la testa, ti incensano e poi vanno via per la maggior parte a mani vuote. Basta con la distribuzione di copie agli amici che te lo presenteranno, agli amici degli amici che ti scriveranno la recensione, ai cugini degli amici che ti… che ti che cosa? Tutti si sono stancati di leggere, di ascoltare, di presentare, di recensire… e più di tutti mi sono stancata io di rincorrere sogni che si sono semirealizzati.
NON HO PIU’ TEMPO. Non ho più voglia. Non ho più desiderio di fare ciò che si deve fare.
Io vorrei rimanere in un cantuccio, nascosta. E vorrei che le mie parole volassero da sole, libere, autonome, forti della loro forza, di una potenza che si impone indipendentemente da me. Utopia!

DIO E’ DONNA

DIO E’ DONNA…e il settimo giorno non riposò

di Angela Ferilli

Edizioni IL PAPAVERO
2014
ISBN-13: 9788898987207

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Undici racconti di presenza femminile, di forza che giganteggia nella mediocrità del presente dolente di vite alle prese con scelte, amori, sofferenze e passioni perdonabili e imperdonabili. La creazione di vita diventa opportunità di riscatto, ma anche illusione di eternità che non si traduce sempre nell’amore voluto. Ogni vita di ogni donna ha tratti che si accostano a queste parole che suonano, provocatoriamente, come un grido, per somiglianza, per scelte, per utopie, per cadute e capacità di rialzarsi: “Dio è donna”.
 

PRIMA CHE IL TEMPO NE CANCELLI LE ORME

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pamphlet
di
Lucrezia Maggi
OLTRE IL CORAGGIO DELLE PAROLE
Conoscevo la storia. Molto lo avevo intuito. Leggere, però, è stata una sorta di crocifissione. Ogni parola una conferma. Ogni conferma una lancia e un chiodo dopo l’altro, a immobilizzarti e a farti vivere sulla tua pelle un calvario improponibile, impossibile da sostenere, da accettare.
Non so se, a parità di condizioni, io avrei scelto di scriverne e di pubblicare. Il dolore si vive nell’intimità. E ad ognuno tocca amministrarlo come può e come sa. La scrittura, però, può essere, e di fatto è per molti, un’ancora di salvezza dalla pazzia e, talora, anche dal suicidio. Poco importa se si usi la trasfigurazione della propria sofferenza in “personaggi” di un romanzo o di un racconto o se si decida di trasporre su carta la verità nuda e cruda.
Chi scrive, lo fa sempre per aiutarsi a convivere coi propri demoni, con l’inferno che si è scelto per la vita attuale. Sia pure inconsapevolmente intercetta, nell’infinità dell’universo, segni inequivocabili che lo conducono a scegliere una forma piuttosto che un’altra per esprimere la propria interiorità, per mettere su carta sentimenti, emozioni che, se repressi, porterebbero a scompensi dell’equilibrio psichico.
Lucrezia sceglie la forma del diario. Sceglie di utilizzare la sua faccia, il suo vero nome, il nome vero di sua madre, Caterina, per raccontare una storia che, se fosse stata la trama di un romanzo, sarebbe apparsa verosimile, ma avrebbe indotto il lettore, inchiodato a una lettura veloce, urgente, avida, a chiudere l’ultima pagina consolandosi con un “…è solo un romanzo”.
Invece quei chiodi che bloccano mani e piedi sono veri. Bucano la carne, tranciano i nervi, triturano le ossa. E il sangue cola di un rosso vivo. E l’urlo di rabbia e d’impotenza questa volta non implode, no. Ha la furia di una tempesta emotiva che non accetta rimandi, chiusure e quasi neanche pudore.
Cos’è il Destino? Qualcosa a noi esterno che ci usa e ci abusa? O piuttosto un intricato labirinto che porta esattamente dove, in un non-tempo e in un non-luogo, decidemmo che saremmo arrivati ad ogni costo? Qualunque ipotesi non avrà conferme in questa vita se non nei sogni o, ancor meglio, nel sonno senza sogni.
Le domande interiori rimangono senza risposta fino a quando ci lasciamo sopraffare dal brusio dei pensieri razionali, dal chiedere senza aspettare, dal pretendere senza ascoltare. Siamo esseri umani con pregi e difetti. Pregi che ci esaltano, che ci inorgogliscono. E difetti che tendiamo a minimizzare e a nascondere e non perché ne siamo consapevoli, ma perché semplicemente è nella natura umana costruire e alimentare la propria ombra che non si è disposti ad accettare, a guardare in faccia, a perdonare.
Lucrezia e i suoi fratelli si sono trovati a vivere, in venti giorni, a contatto con una realtà in cui, nascosti i pregi di quasi tutti, sono emersi i difetti, i più nascosti, i più pericolosi.
PERCHE’?
Una domanda che non potrà trovare una risposta soddisfacente se si pretende di formularla all’insegna della razionalità, reclamando umanità e rispetto. Sono diversi e, talora, divergenti i binari percorsi dall’essere umano che non è solo razionale, amabile, coerente, consapevole, ma è anche passionale, istintivo, bestiale, primordiale.
Questo “perché?” è più profondo. Scava alla radice. Scardina le umane regole. Trascende la carne. Valica una porta chiusa che Caterina ha oltrepassato all’1,40 del 20 agosto 2013. Lei ora conosce il perché in venti giorni gli eventi siano precipitati e quella porta si sia aperta solo per lei e subito richiusa, lasciando i suoi figli nel dubbio di averla affidata in mani incompetenti.
Fino a quando il dolore e la rabbia per averla perduta saranno più forti della gratitudine per averla avuta per buona parte dei suoi sessantasette anni vissuti su questa terra, il brusio dei pensieri razionali sarà feroce e la risposta inafferrabile.
Il cammino di Lucrezia si profila lungo, faticoso, aspro. Il coraggio delle sue parole, però, scava un tunnel nella coscienza di chi la legge. E da lontano sembrano riecheggiare gli ultimi due versi di una vecchia canzone rivolti a chi sa, a chi deve sapere…
“per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti”.

DOVE COMINCIA LA NOTTE

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romanzo
di
Alessio Viola
IL SOPRINTENDENTE DELLA NOTTE
Alessio Viola utilizza abilmente la formula del romanzo per dipingere con perizia una città pugliese nella quale ormai vive e lavora da decenni dopo essersi trasferito dalla provincia di Foggia.
Bari, bella nei suoi tramonti sul mare e nelle notti di luna e frenetica nelle sue attività legali e illegali, è il palcoscenico sul quale si dipana una storia che avvince e trascina in una lettura appassionata il lettore che, soprattutto se meridionale, si ritrova immerso quasi da protagonista occulto.
La verosimiglianza è sorprendente. È come se si avesse modo di spiare dal buco della serratura, scrutando i particolari della vita privata dei protagonisti della cronaca v/n –era.
Se la cronaca trafiletta arresti per traffici illeciti, omicidi, incendi dolosi, misteriosi ritrovamenti di cadaveri, spaccio e consumo di droga, Alessio Viola col suo romanzo evidenzia azioni, reazioni, possibili pensieri e relative emozioni di quegli stessi personaggi che la cronaca affida all’intuizione o lascia cadere nell’oblio.
Roberto De Angelis, soprintendente di polizia, descritto in una fase di transizione assai dolorosa della sua vita di single cinquantenne, sebbene non parli in prima persona, non solo è il protagonista della storia che si svolge nei mesi a cavallo fra il 1999 e il 2000, ma è la lente di ingrandimento attraverso la quale i fatti vengono filtrati oltre che raccontati.
Amore, legalità, professionalità, coerenza sono attraversati da un turbine di follia che si manifesta attraverso l’incontro di De Angelis con due personaggi chiave: la dottoressa, masochisticamente alla ricerca di rapporti di espiazione, e un giovane killer, tanto più spietato quanto più apparentemente normale.
La vita chiede a Roberto, per un’amara beffa, nello stesso momento, un rapporto d’amore e uno d’amicizia che configgono con la sua natura e, spietatamente, gli danno la misura della deviazione verso la notte, unica dimensione nella quale riesca ad anestetizzare la coscienza della crisi totalizzante che lo spiazza.
Sospeso fra legalità e illegalità, fra sincerità e menzogna, il poliziotto accompagnerà il lettore in un acrobatico slalom che si dipana in oltre duecento pagine di un linguaggio spedito, accattivante, farcito di immagini visive e uditive appartenenti ad una Bari che poco emerge dalla cronaca o da altri romanzi ambientati nelle sue vie.
Alessio Viola, interpellato sulla tipologia di noir che caratterizza il suo romanzo, afferma che il senso è già tutto nel titolo. La notte con la sua bellezza, ma anche e soprattutto con la sua caratterizzazione di mancanza di luce e quindi di speranza, è la vera protagonista, infilata da tutti i personaggi che vi compaiono ad eccezione di pochissimi. “Il giorno è solo un incidente di percorso fra una notte e l’altra” dice.
E, per chi non l’ha ancora fatto, non resta che decidere di entrare in questa notte continuata in cui la segnaletica è al posto giusto per un percorso assai poco giusto anche se già tracciato.

QUELLA SOTTILE DIFFERENZA

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romanzo breve
di
Daniele Ninfole
Tre personaggi femminili: Alice, Santa, Amanda.
Tre personaggi maschili che impersonano tre diversi atteggiamenti dell’essere uomo all’interno della coppia. Antonio che non ha mai chiesto ad Alice di fare l’amore e parla, parla, parla. Mirco che arriva a casa e sparisce nella camera di Santa per tutta la notte, regalandole uno slip diverso ogni settimana. Biagio che grugnisce sul corpo inerte di Amanda e torna a lavoro al paese all’alba.
Tre luoghi. Sant’Angelo, luogo inventato, prototipo della provincia pugliese con i suoi limiti, caratterizzato dalla circolazione rapida delle notizie perchè tutti conoscono tutti. La città universitaria che allarga prospettive e orizzonti, che offre diverse opportunità, ma che, contemporaneamente, schiaccia perché si diventa anonimi, pedine, granelli di sabbia, privati di un’identità rassicurante. Il terzo è un luogo atipico, è il luogo onirico in cui si condensano paure, aspirazioni, tensioni, insoluti, ma anche prospettive nuove.
Tre unità di tempo in cui le tre amiche passano da una convivenza serena e complice, ad una travagliata e in odore di profondi rivolgimenti interiori, fino ad una svolta decisiva e insospettata.
Tutto si gioca sulla scoperta di sentimenti sconvolgenti e sensazioni nuove che si verificano a partire da quando due delle tre amiche decidono di agire in nome di un senso di libertà fino a poco prima negato. Aperto un varco nella percezione interna di sé, tutto può cambiare, anche in pochissimi giorni, dalla capacità di azione, reazione, provocazione, all’intuizione reale del corpo, dell’identità sessuale, della vicinanza-lontananza con gli “altri importanti”.
Daniele Ninfole sceglie il romanzo breve per narrare un mondo, quello giovanile, quello femminile che lo affascina, profondamente diverso da quello vissuto in prima persona. Il ’68 da pochi anni aveva “liberato” le coscienze di uomini e donne e aveva attribuito ad entrambi i sessi la possibilità di manifestare apertamente, e talora teatralmente, la libertà di effusioni affettuose etero e omosessuali. Ma chi quegli anni li aveva vissuti più da spettatore che da attore, aveva visto prevalere la tenacia dei valori familiari capaci ancora di inibire, contenere, arginare la forza dei cambiamenti in atto che, col tempo, si sarebbero attenuati.
In una società profondamente mutata, che ha visto l’evoluzione dei costumi, moltiplicata negli ultimi quarant’anni, Daniele Ninfole, da ex ragazzo degli anni ’70 e da attuale insegnante, decide di affrontare (e vincere) una grossa sfida: narrare una storia, condensata in appena sessanta pagine, affrontando una serie di argomentazioni estremamente delicate, con una leggerezza che permette al lettore di andare avanti incuriosito e mai turbato.
La sua, sembra contemporaneamente una descrizione del reale e una scoperta del possibile, operata dall’uomo/ragazzo ammirato, stordito, rapito dal mondo femminile e da tutto quello che esso comporta. Volontà, potenzialità, capacità, azione, pensiero, riflessione. Quale strumento migliore, se non la scrittura, pacata, ad andamento lento tipico dell’analisi, per approfondire ciò che si conosce, non dal di dentro, ma solo in superficie?! Eppure, ne vien fuori un tratto così preciso, scavato, profondo, che difficile sarebbe intuire, se non si conoscesse a priori il genere maschile dell’autore, che a scrivere sia un uomo.
Scrivere per conoscere e approfondire, per tratteggiare ed ammirare, per scoprire e provare meraviglia, sconcerto, stupore, per riflettere ed indagare un mondo altro. Uno scrittore è un narratore di storie tanto più verosimili, quanto più esse traggano linfa dal vissuto di chi scrive e dalla contemporanea capacità di penetrare nell’intimo di chi è oggetto di osservazione e costante riflessione.