A meno di due anni dalla prima lettura, coincidente con il suo arrivo sul mercato editoriale, ho riletto “Vicolo dell’acciaio” di Cosimo Argentina.
Rileggere non è mai come leggere. La prima volta c’è l’attesa, l’aspettativa, l’illusione, la sorpresa, l’eventuale delusione, il gusto della scoperta, la pagina divorata, l’emozione, il sapore dolce o amaro, il profumo del nuovo, la contemplazione.
La seconda volta, se c’è una seconda volta, è perchè hai deciso di assaporare, scandagliare, indugiare, tornare su quanto già conosci e che, nel bene o nel male, ti è rimasto dentro, come un sospeso che ha bisogno del tuo tempo e della tua attenzione. E allora la lettura è più lenta, più che attesa c’è conferma, il profumo è quello che ricordi, il sapore è meno dolce, l’emozione è meno forte. In compenso ritrovi personaggi dimenticati, frasi sbiadite, situazioni tralasciate, voci che riemergono da un grigio indistinto e che paiono colorarsi e fondersi con un grido di dolore che si frastaglia in migliaia di dolori vivi, veri, reali.
Come trattenersi dal rileggere un libro come questo di Argentina dalla tematica così drammaticamente attuale? Era come se in quelle pagine volessi ritrovare il senso del dolore che in tanti, in questi giorni, hanno fatto riecheggiare nelle strade e nelle piazze di Taranto.
Ho riletto la rassegnazione, l’ineluttabile, i tentativi di ribellione, la morte bianca o nera temuta, attesa, accettata. Ho riletto, sotto forma di cupa e dolorosa poesia, le ragioni del lavoro e quelle della salute, l’irrazionalità dell’amore, l’incapacità di essere fuori come dentro. E tutti i personaggi che sfilavano, apparivano più reali, più verosimili della prima volta.
Mino Palata, ragazzo di quartiere, figlio di un “prima linea” che ogni giorno affronta l’inferno dell’Italsider, vive una vita simile a quella di tanti altri ragazzi della sua età e che, come quei tanti o a differenza di tanti altri, si guarda intorno e dentro; è capace di afferrare l’ironia amara dell’esistenza che talora ti offre il lavoro in cambio della salute e della vita. E, pur con questa consapevolezza, opererà delle scelte apparentemente incomprensibili.
Il suo dolore è muto. Il suo amore è muto. La sua ribellione è muta.
La sua vita si svolge in un quartiere di una Taranto che, all’epoca dell’uscita del libro, era ancora apparentemente muta, asservita, rassegnata e che ora grida a gran voce il suo BASTA.
Oltre il ponte
varcato a quattro ruote
parcheggio
e sei mia.
Bella e lurida
bagnata dal mare
e inumidita da umori assassini.
Avanzo sicura
e da anni
ti scopro ogni giorno
incantata
seguendo una traccia invisibile
che affonda nel sangue.
Non ti ricordo diversa
ma da estranea
sei diventata amica.
Adoro il risveglio dei ciechi
che ogni mercoledì
ti percorrono
t’invadono
ti sentono vibrare
abbagliati da una bellezza senza tempo.
Quando i piccoli saranno cresciuti
forse
i tuoi vicoli non avranno più segreti.